Non è vero che le pubblicità dell'ENEL non servono a una sega. Nello specifico, l'ultima serve a riascoltare e rivalutare il disco di un paio d'anni fa di Yael Naim. Far far, colonna sonora dello spot, è espressivamente densa di freschezza, in altre parole: è bella. E questa versione di Toxic, di britneyspearsiana memoria, si presta a mettere in risalto le qualità della cantautrice franco-israeliana.
Comme une petite morte, le cœur pâmé
Le tue labbra per sempre
rimarranno un luogo
inopportuno
dove cercare conforto
per le mie
Tre giorni

Io lo so, che credete? Mi rendo conto che con "Un giro di re" ho già dato ampiamente il mio contributo di pesantezza a questo blog. Capisco che non se ne possa più di storie di amori falliti in partenza e ovviamente finiti. Ma è nei momenti di sofferenza che la penna e il cuore vanno all'unisono, cosa posso farci. Tra fogli, quaderni, moleskine, libri, ho trovato questo. E' roba vecchia, quattro o cinque anni fa, probabile che certe cose le esprimerei oggi in maniera del tutto diversa, anche se provassi esattamente lo stesso. E' anche il segno che dovrei mettere ordine tra le mie cose. E nella mia vita.
Siamo stati come il pastorello innamorato della Madonna. Clandestini e fugaci. Passeggeri, qualcosa che trovi per caso e poi perdi e provi a dirti che non ti importa più di tanto. La notte ci toccavamo l'anima e il cuore, al mattino fingevo di dormire e ascoltavo il modo in cui parlavi agli altri di ciò che dicevo. Mi piaceva il tuo italiano zoppicante, mi pareva di vederlo arrancare e rialzarsi a stento. Giravi seminuda incurante di chi ci fosse in casa, e non sono mai riuscito a farti cambiare abitudine. Indossavi le mie t-shirt che avevo tolto e lasciato cadere a terra, in modo da impedirmi di andarmene. Uno dei rimpianti della mia vita è stato il non poter indossare ogni cosa di te, per renderti impossibile la partenza.
Sono un amante della natura, ma ho odiato l'oceano con tutto me stesso. Chi sono io per sfidare l'oceano?, ti chiedevo. E tu ridevi con un'ombra di tristezza nello sguardo. Pochi secondi di contatto tra il mio e il tuo erano stati impietosi. Ci avevano confessato che i nostri occhi non sarebbero bastati a nascondere la verità delle parole che ti erano cadute a gocce dalla bocca: parto tra un mese. Ne era già passato uno, ma non avevamo mai menzionato il momento in cui avresti dovuto andartene. Non volevi che ne parlassimo neppure per un istante, per questo abbiamo tenuto quei giorni aggrappati così stretti ad ogni cosa che ci occupava i pensieri. Camminavamo attraverso gli scenari che ci eravamo creati, ma i colori iniziavano a sbiadire. Percorrevamo le strade su cui era scritta la nostra storia, ma iniziavamo a vederne la fine.
Ora sono trascorsi tre giorni, vorrei che le cose fossero semplici come dicevi: che lasciarsi avrebbe risolto ogni cosa, che la partenza avrebbe coperto gli errori che ho fatto. Ma il tuo nome me l'hai marchiato sulla pelle, sono rimaste le nostre impronte nei luoghi dove abbiamo camminato insieme. Dormire non è più riposo, sono le ore in cui muoio. Non voglio addormentarmi con il cuore che manca i battiti, il tuo odore sul petto, poche parole in cui trovo sollievo. Passo il tempo a toccare i punti in cui mi manchi, e li sento cedere.
Ricorsi
Gira e vota, mi tocca sempre la parte dello stronzo. E' così dai tempi delle recite alle elementari.
Oh, rieccomi. ;)
Oh, rieccomi. ;)
labels:
personale
Diciamo che rende l'idea
La tecnica mistificatoria del governo è ormai chiara: a corollario di ogni manovra infilano una stronzata insostenibile che fa indignare tutti, poi la smentiscono facendoci pure bella figura. Così si perde la visione d'insieme, delegittimando nel contempo l'opposizione - ammettendo per ipotesi che 1) ci sia un'opposizione e 2) sia possibile delegittimarla più di quanto essa stessa non faccia - che aveva abboccato puntando il dito sulla stronzata in questione.
Per intenderci: è come se uno ti caga in salotto, poi infila nella merda un petardo acceso, poi spegne il petardo e tu gli dici grazie.
Restituendo la caparra
Lo dico: mi sto giusto prendendo il tempo di spostare questo blog altrove. Non sto a rivelare adesso né il dove, né il come, tantomeno il perché. Ve lo spiegherò a cose compiute. Qualcuno ha già intuito quale sia l'andazzo, qualcun altro (pochi) hanno capito anche il motivo e mi hanno scritto una e-mail. A questi dico grazie. Resta il fatto che in questo momento non ho un secondo, proprio zero, per occuparmi di questa faccenda, quindi vi capiterà di continuare a trovare qualcosa scritta qui sopra, quando si tratta di roba che sta meglio qui che su Liberipensieri, ma in ogni caso considerate questo blog chiuso, impacchettato e trasferito in più amène lande.
labels:
generale
A strange thing in my heart

Inverno. E a me viene voglia di musica elettronica e di ballare. Di una bella cassa dritta su cui si stagliano synth anni '80. E' una cosa strana, se uno ci pensa. Cercando a caso nella cartella "electro" del mio hard disk esterno (200 gb di musica, tzè) mi sono re-imbattuto nei PNAU, al secolo Nick Littlemore e Peter Mayes. I due Australiani sono sulla scena dal 1999, anno in cui pubblicarono Sambanova con un'etichetta semi-sconosciuta. L'album venne poi ripubblicato nel 2000 dalla Warner, dando così ai PNAU quel calcio in culo che serve per essere passati di frequente nei party dei club più prestigiosi e delle associazioni sfigate dei paesini di montagna. Ogni riferimento.. ;)
Di robe, c'è da dire, ne hanno partorite di belle e meno belle. Per esempio nell'ultimo single Baby si sono fatti un po' rozzi, che già dal titolo.. In precedenza hanno tirato fuori delle hit da ballare e cantare, remixate poi a dovere in più salse, eleganti gioiellini del pop elettronico. Sono questi i loro episodi più convincenti, ma un ascolto vale la pena darlo anche al resto, una volta digerito ha più di una ragion d'essere.
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