Possiamo farci pippe per una dozzina di giorni su Somewhere, Leone d'oro sì Leone d'oro no, onanismo a duemila e non arriveremmo a niente.
Il film si propone di trattare temi più o meno esistenziali a mezzo di un'idolatrata star di hollywood: il ripetersi ciclico degli eventi come il giorno e la notte, il girare a vuoto con cui tutti ci confrontiamo nella vita, i lunghi tempi morti delle giornate che vuoi o non vuoi prima o dopo capitano.
Non si possono non apprezzare l'idea e l'iniziativa, fatto sta che voler rappresentare un susseguirsi di tempi morti girando un lungometraggio che è tutto un tempo morto è un po' troppo semplice e scontato. Mettiamola che la vera sfida per Sofia Coppola sarebbe stata quella di realizzare un film che mostrasse tutto quanto detto sopra e che non fosse di una noia mortale, una roba che non stai lì per un'ora e mezza a sperare che finisca il prima possibile o quantomeno che il protagonista vomiti.
Sarebbe stato un Leone d'oro un filino più credibile, ma tant'è.
martedì 14 settembre 2010
lunedì 13 settembre 2010
Diatesi
Solo i rivoluzionari all'indomani della vittoria e i grandi primitivi sanno scopare come si deve. Gli uni e gli altri hanno l'eternità in testa, scopano al presente dell'indicativo, come se dovesse durare per sempre. In qualsiasi altro posto al mondo si fotte al passato o al futuro, si commemora o si costruisce, ci si perpetua o ci si moltiplica, ma nessuno si occupa di se stesso.
d.p.
d.p.
venerdì 10 settembre 2010
E' molto più difficile di quanto dovrebbe
Categorie:
attualità,
generale
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11:13
[0] scleri di ignari passanti, contribuisci allo sclero!
[0] scleri di ignari passanti, contribuisci allo sclero!
Il mercoledì nero di Minzolini. Il Tg1 perde 850mila spettatori.
La domanda è: di cosa hanno bisogno in Rai per decretare il fallimento, e la conseguente fine, di un'esperienza lavorativa? Ovvio, è più complicato di così, le nomine e ste padellate di cazzi con patate, ma non dovrebbe.
E Minzolini ha le idee chiare, il disastro non è frutto della faziosità a buon mercato, macché. Tutta colpa della "troppa politica" (giuro, ha detto così) nel TG1, e dell'intervista ad Antonio Di Pietro nonché, figurarsi, del servizio sulla Resistenza. Preambolo al fatto che si darà ancor meno spazio alla politica, in compenso dozzine di servizi sul gatto della Ferilli, le mete ideali per la settimana bianca, le torte di Nonna Papera.
La domanda è: di cosa hanno bisogno in Rai per decretare il fallimento, e la conseguente fine, di un'esperienza lavorativa? Ovvio, è più complicato di così, le nomine e ste padellate di cazzi con patate, ma non dovrebbe.
E Minzolini ha le idee chiare, il disastro non è frutto della faziosità a buon mercato, macché. Tutta colpa della "troppa politica" (giuro, ha detto così) nel TG1, e dell'intervista ad Antonio Di Pietro nonché, figurarsi, del servizio sulla Resistenza. Preambolo al fatto che si darà ancor meno spazio alla politica, in compenso dozzine di servizi sul gatto della Ferilli, le mete ideali per la settimana bianca, le torte di Nonna Papera.
lunedì 2 agosto 2010
Dire "fascista"

La bomba era composta da 23 kg di esplosivo, una miscela di 5 kg di tritolo e T4 detta "Compound B", potenziata da 18 kg di gelatinato (nitroglicerina ad uso civile).
http://it.wikipedia.org/wiki/Strage_di_Bologna
giovedì 8 luglio 2010
Noi facciamo girare
Riporto quanto ricevuto via e-mail da un'amica:
Ieri mi ha telefonato l'impiegata di una società di recupero crediti, per conto di Sky. Mi dice che risulto morosa dal mese di settembre del 2009. Mi chiede come mai.
Le dico che dal 4 aprile dello scorso anno ho lasciato la mia casa e non vi ho più fatto ritorno, causa terremoto. Il decoder Sky giace schiacciato sotto il peso di una parete crollata.
Ammutolisce.
Quindi si scusa e mi dice che farà presente quanto le ho detto a chi di dovere, poi, premurosa, mi chiede se ora, dopo un anno, è tutto a posto.Mi dice di amare la mia città, ha avuto la fortuna di visitarla un paio di anni fa. Ne è rimasta affascinata. Ricorda in particolare una scalinata in selci che scendeva dal Duomo verso la basilica di Collemaggio, mi sale il groppo alla gola.
Le dico che abitavo proprio lì. Lei ammutolisce di nuovo. Poi mi invita a raccontarle cosa è la mia città oggi. Ed io lo faccio.
Le racconto del centro militarizzato. Le racconto che non posso andare a casa mia quando voglio. Le racconto che, però, i ladri ci vanno indisturbati. Le racconto dei palazzi lasciati lì a morire. Le racconto dei soldi che non ci sono, per ricostruire. E che non ci sono neanche per aiutare noi a sopravvivere. Le racconto che, dal primo luglio, torneremo a pagare le tasse ed i contributi, anche se non lavoriamo. Le racconto che pagheremo l'i.c.i. ed i mutui sulle case distrutte e ripartiranno regolarmente i pagamenti dei prestiti. Anche per chi non ha più nulla. Che, a luglio, un terremotato con uno stipendio lordo di 2.000 euro vedrà in busta paga 734 euro di retribuzione netta. Che non solo torneremo a pagare le tasse, ma restituiremo subito tutte quelle non pagate dal 6 aprile. Che lo stato non versa ai cittadini senza casa, che si gestiscono da soli, ben ventisettemila, neanche quel piccolo contributo di 200 euro mensili che dovrebbe aiutarli a pagare un affitto. Che i prezzi degli affitti sono triplicati. Senza nessun controllo. Che io pago, in un paesino di cinquecento anime, quanto Bertolaso pagava per un appartamento in via Giulia, a Roma. La sento respirare pesantemente.
Le parlo dei nuovi quartieri costruiti a prezzi di residenze di lusso. Le racconto la vita delle persone che abitano lì. Come in alveari senz'anima. Senza neanche un giornalaio o un bar. Le racconto degli anziani che sono stati sradicati dalla loro terra lontani chilometri e chilometri. Le racconto dei professionisti che sono andati via. Delle iscrizioni alle scuole superiori in netto calo. Le racconto di una città che muore e lei mi risponde, con la voce che le trema.
"Non è possibile che non si sappia niente di tutto questo. Non potete restare così. Chiamate i giornalisti televisivi. Dovete dirglielo, chiamate la stampa. Devono scriverlo."
Loro non scrivono, noi facciamo girare.
Ieri mi ha telefonato l'impiegata di una società di recupero crediti, per conto di Sky. Mi dice che risulto morosa dal mese di settembre del 2009. Mi chiede come mai.
Le dico che dal 4 aprile dello scorso anno ho lasciato la mia casa e non vi ho più fatto ritorno, causa terremoto. Il decoder Sky giace schiacciato sotto il peso di una parete crollata.
Ammutolisce.
Quindi si scusa e mi dice che farà presente quanto le ho detto a chi di dovere, poi, premurosa, mi chiede se ora, dopo un anno, è tutto a posto.Mi dice di amare la mia città, ha avuto la fortuna di visitarla un paio di anni fa. Ne è rimasta affascinata. Ricorda in particolare una scalinata in selci che scendeva dal Duomo verso la basilica di Collemaggio, mi sale il groppo alla gola.
Le dico che abitavo proprio lì. Lei ammutolisce di nuovo. Poi mi invita a raccontarle cosa è la mia città oggi. Ed io lo faccio.
Le racconto del centro militarizzato. Le racconto che non posso andare a casa mia quando voglio. Le racconto che, però, i ladri ci vanno indisturbati. Le racconto dei palazzi lasciati lì a morire. Le racconto dei soldi che non ci sono, per ricostruire. E che non ci sono neanche per aiutare noi a sopravvivere. Le racconto che, dal primo luglio, torneremo a pagare le tasse ed i contributi, anche se non lavoriamo. Le racconto che pagheremo l'i.c.i. ed i mutui sulle case distrutte e ripartiranno regolarmente i pagamenti dei prestiti. Anche per chi non ha più nulla. Che, a luglio, un terremotato con uno stipendio lordo di 2.000 euro vedrà in busta paga 734 euro di retribuzione netta. Che non solo torneremo a pagare le tasse, ma restituiremo subito tutte quelle non pagate dal 6 aprile. Che lo stato non versa ai cittadini senza casa, che si gestiscono da soli, ben ventisettemila, neanche quel piccolo contributo di 200 euro mensili che dovrebbe aiutarli a pagare un affitto. Che i prezzi degli affitti sono triplicati. Senza nessun controllo. Che io pago, in un paesino di cinquecento anime, quanto Bertolaso pagava per un appartamento in via Giulia, a Roma. La sento respirare pesantemente.
Le parlo dei nuovi quartieri costruiti a prezzi di residenze di lusso. Le racconto la vita delle persone che abitano lì. Come in alveari senz'anima. Senza neanche un giornalaio o un bar. Le racconto degli anziani che sono stati sradicati dalla loro terra lontani chilometri e chilometri. Le racconto dei professionisti che sono andati via. Delle iscrizioni alle scuole superiori in netto calo. Le racconto di una città che muore e lei mi risponde, con la voce che le trema.
"Non è possibile che non si sappia niente di tutto questo. Non potete restare così. Chiamate i giornalisti televisivi. Dovete dirglielo, chiamate la stampa. Devono scriverlo."
Loro non scrivono, noi facciamo girare.
giovedì 1 luglio 2010
In Polverini
Ottime notizie dalla Regione Lazio. Certo, causa debiti si taglia la sanità e ci si avvia a un ulteriore aumento di Irpef e Irap, però la situazione non deve essere tanto malvagia se la nuove presidente, Renata Polverini, è riuscita a dare tredici nuovi posti di lavoro da 12 mila euro al mese a un gruppone di politici, formando una giunta quasi tutta di assessori esterni: significa in soldoni altra gente da pagare oltre ai già in sovrannumero 73 consiglieri.
Di più: la Regione Lazio si oppone ai sacrifici chiesti da Tremonti, ma le cose devono andare benone se negli uffici si assumono più persone di quante ne servano. Così, quando una componente dello staff del segretario generale, assunta da pochi giorni, (solo per caso giovane e bionda e non un impiegato sovrappeso, con la barba e stempiato) ha espresso il desiderio di andare in missione all’estero con il premier, la Polverini non ha risposto come avrebbe fatto il vostro capoufficio "ma qui come facciamo, siamo quattro gatti". No, ha detto "per carità, vai pure".
D’altra parte, pare, il presidente del Consiglio riteneva tanto importante offrire la possibilità a una neoassunta dalla Regione Lazio (solo per caso giovane e bionda e non un impiegato sovrappeso, con la barba e stempiato) di fare esperienza a Toronto al G20. La Regione Lazio deve passarsela molto bene e avere abbondanza di personale, perché in qualsiasi posto di lavoro se sei stato assunto da pochi giorni difficilmente ti beneficiano senza batter ciglio di un lungo permesso.
Non retribuito, permesso non retribuito, si è affrettata a precisare la Polverini (e ci mancherebbe pure il contrario, deve avere pensato l’impiegato sovrappeso, quello con la barba e stempiato).
solodascavare
Di più: la Regione Lazio si oppone ai sacrifici chiesti da Tremonti, ma le cose devono andare benone se negli uffici si assumono più persone di quante ne servano. Così, quando una componente dello staff del segretario generale, assunta da pochi giorni, (solo per caso giovane e bionda e non un impiegato sovrappeso, con la barba e stempiato) ha espresso il desiderio di andare in missione all’estero con il premier, la Polverini non ha risposto come avrebbe fatto il vostro capoufficio "ma qui come facciamo, siamo quattro gatti". No, ha detto "per carità, vai pure".
D’altra parte, pare, il presidente del Consiglio riteneva tanto importante offrire la possibilità a una neoassunta dalla Regione Lazio (solo per caso giovane e bionda e non un impiegato sovrappeso, con la barba e stempiato) di fare esperienza a Toronto al G20. La Regione Lazio deve passarsela molto bene e avere abbondanza di personale, perché in qualsiasi posto di lavoro se sei stato assunto da pochi giorni difficilmente ti beneficiano senza batter ciglio di un lungo permesso.
Non retribuito, permesso non retribuito, si è affrettata a precisare la Polverini (e ci mancherebbe pure il contrario, deve avere pensato l’impiegato sovrappeso, quello con la barba e stempiato).
solodascavare
giovedì 10 giugno 2010
Se l'amore è possedere, tutto diventa comprabile
mercoledì 2 giugno 2010
Una cocaina a lento rilascio

La cocaina è una meravigliosa interprete della visione occidentale del mondo, per questo è uno dei prodotti cardine della nostra economia. Appartiene alla new economy esattamente come l'informazione e le microtecnologie; se i cartelli internazionali della coca potessero quotarsi in Borsa, sarebbero tra i leader della finanza mondiale, nessun manufatto e nessuna materia prima assicurano così alti margini di profitto. Un prodotto di cui il cliente non può fare a meno è il sogno di qualunque pubblicitario. Come un circuito così coerente possa chiamarsi semplicemente un vizio, solo il dio dei conformisti lo sa. Se la cocaina è un vizio, allora lo sono anche il turismo patinato, il gossip, la moda del prêt-à-porter e degli accessori glamour ("toglietemi tutto, ma non il mio Breil"). Basta vedere come la cocaina funziona a livello neurologico.
La coca agisce sui recettori della dopamina, quel neurotrasmettitore che comunica al cervello le sensazioni di benessere; normalmente, i suoi recettori rimangono "aperti" per qualche frazione di secondo, mentre la cocaina li costringe a ritardare l'orario di chiusura, dunque ad amplificare e prolungare la beatitudine. Ma, costretti a questo superlavoro, molti recettori finiscono per atrofizzarsi e cadere, sicché i pochi che restano non riescono più a captare i piaceri di minore intensità (che sia una passeggiata mano nella mano, il fallimento di un commerciante rivale, un romanzo di Balzac o un rilancio fortunato a poker). Ogni piacere, da quel momento in poi, dev'essere speziato, sensazionale, clamoroso (come diceva ogni cinque minuti Mentana nel suo telegiornale). Escalation, insomma. Giovanni Rana, per conquistare il mercato cinese, ha dovuto alterare la formula della sua pasta ripiena, puntando su sapori piccanti, decisi, soprattutto a base di aglio. Google ci sommerge di un numero così spropositato di informazioni che siamo noi a dover gridare pietà; il muscoloso sta diventando enorme, il magro anoressico; qualunque piazza di paese si trucca da Times Square. Tutti stiamo aspettando che un reality abbia finalmente il coraggio di offrirci una morte in diretta: la società dello spettacolo è una cocaina a lento rilascio.
w.s.
lunedì 24 maggio 2010
And she would darken the memory

Bisogna sempre cominciare da capo, come se niente fosse stato. Come se all'ottantottesimo di una finale di Champions League non si fosse in vantaggio di due gol, ma ancora sullo zero a zero. Mantenere un minimo di dignità quando le articolazioni vanno per conto loro e ci si ritrova in mezzo alla polvere è difficile, ma tentar non nuoce. L'importante è non osservarsi mentre ci si comporta in questo modo imbarazzante, farsi distrarre da sguardi languidi e baci a fior di labbra. Tanto non c'è nulla da salvare e i lividi guariscono in due giorni o tre.
Se decidi di svegliarti alle 5:30 e di andarti a privare per una notte di tutte le energie in un posto che è a cinquecento chilometri da casa (ma che senti esattamente come casa) è perché sai che ti ritroverai in un ambiente che è il tuo, di cui conosci i codici, in cui le tue mosse sono disinvolte e per questo non risaltano, dove le mani tese per aiutarti a rialzarti sono più di quelle che ti additano, o almeno più importanti, dove non hai una parte da interpretare nel modo giusto o sbagliato.
E il resto non conta, i vuoti di memoria, i dolori, le chiamate senza risposta alle 9 del mattino dopo e le frasi minatorie, i sogni rivolti a quella persona che ami e che è fatta per il 72,8% d'acqua, l'individualismo esasperato che non porta da nessuna parte e l'amore incondizionato che sai dare sempre nel momento peggiore, la strada del ritorno che è ogni volta più breve e i "tra noi non c'è niente da perdonare, non potevamo fare diversamente". Alla notte devi rispondere con la verità, e forse la verità è che per te, in qualunque momento possa arrivare la tua ora, non sarà mai troppo tardi per morire giovane. Te ne accorgi perché un altro Partyzan è passato, era il settimo compleanno e tu eri lì, in uno dei pochi luoghi di vera resistenza rimasti, uno dei pochi che ancora conta dei granelli inassimilabili, un covo di Basmachi più o meno inconsapevoli e di Dolores Ibárruri in erba. Tu eri lì e sai che non è un'impresa che rappresenta un grande passo per l'umanità. Ma dovrebbe. E non pe' provoca'.
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